Riassunto dell'episodio
In questo episodio di PaleSEO, Alberto Di Maio racconta il clipping: la pratica, spesso organizzata su scala industriale, di spezzettare podcast, interviste e canzoni in migliaia di clip distribuite tra i creator per simulare una viralità spontanea. Analizza il ruolo della prova sociale nel farci scambiare una campagna pianificata per consenso genuino, e ci invita a chiederci chi sia davvero "tutti" quando sembra che tutti ne parlino.
Trascrizione
Il mondo da un altro punto di vista. Paleseo. Benvenuti su Paleseo, orientarsi nel web con lo sguardo di un SEO. Io sono Alberto Di Maio, SEO Specialist, e qui provo a rendere il digital marketing più chiaro e accessibile a tutti. Vi è mai capitato di aprire TikTok o Instagram e trovare improvvisamente la stessa persona, la stessa canzone o lo stesso prodotto dappertutto? Un video, poi un meme, poi una clip da un altro account, qualcuno che ne parla nei commenti. Dopo un po' viene naturale pensare: questa cosa è diventata virale, ma siamo sicuri che questo sia successo spontaneamente per interesse degli utenti?
Negli ultimi mesi, diverse testate tra cui il magazine online Vulture, Wired, della cui chiusura siamo ancora in lutto, The Guardian e National Public Radio hanno raccontato la crescita di una strategia di marketing chiamata clipping. Il termine nasce da una pratica normalissima, prendere un contenuto lungo, per esempio un podcast o un'intervista, e trasformarlo in piccole clip da pubblicare sui social. E fin qui niente di strano, la faccenda però cambia quando questa attività viene organizzata e pagata su scala industriale. Per darvi un'idea, Vulture ha raccontato il caso di una società che, al suo picco, dichiarava di gestire circa 65.000 account e di pubblicare fino a 50.000 video al giorno. Immaginate ora l'uscita di una nuova canzone, ad esempio.
Invece della classica pubblicità sui social, come «ascolta il nuovo singolo», il link a Spotify o YouTube, un'agenzia può mettere un videoclip, interviste, altri materiali a disposizione di un'intera rete di creator, che siano questi più o meno noti. Un profilo pubblica un meme usando quella musica, un'altra pagina mette una clip di un concerto, un terzo pubblica un pezzo di un'intervista, un altro ancora crea un video dedicato apparentemente a tutt'altro ma usa quella canzone come sottofondo musicale. Il risultato è che la promozione in questo modo non sembra più una promozione, una pubblicità insomma. Sembra che il web abbia iniziato spontaneamente a parlare della stessa cosa, ed è qui che secondo me il clipping diventa davvero potente. Per far funzionare questo meccanismo non servono per forza bot o visualizzazioni fasulle.
Gli account possono essere veri, le persone possono essere reali, anche le loro visualizzazioni. Quello che viene costruito artificialmente è il punto di partenza di questa viralità. Molti account pubblicano sullo stesso argomento. Alcuni di questi video iniziano a funzionare davvero, gli algoritmi li mostrano a nuove persone, quelle persone commentano, condividono e producono altri contenuti in merito. A quel punto una campagna partita artificialmente può trasformarsi in un fenomeno realmente virale. Il marketing accende la miccia quindi. Poi pubblico e algoritmi possono fare il resto. C'è però un secondo livello nascosto. Questa modalità non ha bisogno per forza di convincerci che qualcosa ci piaccia. A volte è sufficiente convincerci che piaccia già a tutti gli altri. È la social proof, ovvero la prova sociale.
Un meccanismo per il quale se vedo una canzone, un film o un personaggio ovunque, comincio a percepirlo come importante. Se trovo decine di persone che ne parlano, penso che esista già una conversazione spontanea e meritata. Figuriamoci migliaia o decine di migliaia. Il problema nasce quando non sappiamo che almeno una parte di quella conversazione è stata pagata, pilotata o coordinata. Negli Stati Uniti, la Federal Trade Commission richiede che il rapporto commerciale tra creator e inserzionista sia dichiarato chiaramente. Non abbiamo dati pubblici affidabili che ci dicano quanto sia diffuso il clipping. Chiaramente. Ma il mercato che ruota intorno ai creator ormai è enorme e ancora in crescita. Secondo UPA, che rappresenta gli investitori pubblicitari, e UNA, l'associazione delle agenzie di comunicazione, sono stimati 550 milioni di euro di investimenti in influencer marketing in Italia nel 2026.
Circa il 12% in più rispetto al 2025. E Agcom ribadisce un principio molto semplice. Se un contenuto ha finalità pubblicitaria, va dichiarato come tale. Punto delicato in questo gioco un po' sporco è che una campagna distribuita fra tanti contenuti, profili e formati può rendere molto meno evidente il disegno complessivo dietro. Questo assolutamente non significa che ogni fenomeno virale sia costruito, né che ogni agenzia che lavora con i creator stia manipolando qualcuno. Il marketing cerca da sempre di dare visibilità alle cose, ed è il suo scopo. Il rischio di bias cognitivo però nasce quando noi andiamo a scambiare quella visibilità per un consenso spontaneo. Essere virale oggi non significa necessariamente essere nato dal basso, dal consenso popolare insomma.
Quindi, la prossima volta che aprite il feed di un social network e vi sembra che tutti ne parlino, forse vale la pena farsi una domanda in più. Ma tutti chi? E con questo abbiamo finito anche questa puntata di Paleseo, orientarsi nel web con lo sguardo di un SEO. Io sono Alberto Di Maio e in caso di dubbi o domande trovi le fonti del contenuto, i miei contatti e quelli del podcast, in descrizione all'episodio. Ciao!
Trascrizione dell'episodio, generata automaticamente e rivista: possono restare imprecisioni.
L'autore
Alberto Di Maio
Biografia in arrivo: chi è Alberto Di Maio e perché ha scelto di raccontare questo podcast.