Riassunto dell'episodio
Dal 2 agosto 2026 gran parte dell'AI Act europeo è diventata applicabile, e Alberto Di Maio spiega cosa cambia davvero per le aziende che lavorano online. Si parla di trasparenza obbligatoria su chatbot e contenuti generati con l'intelligenza artificiale, di deepfake da segnalare chiaramente e di sanzioni che possono arrivare fino a 15 milioni di euro. L'episodio chiude con una checklist pratica per verificare la propria attività online e mettersi in regola.
Trascrizione
Podcast. Il mondo da un altro punto di vista. Paleseo. Benvenuti su Paleseo, il podcast in cui proviamo a orientarci nel mondo del web marketing, senza chiedere a ChatGPT di farlo al posto nostro. Io sono Alberto Di Maio, SEO Specialist, e in questo episodio speciale di Paleseo parliamo di come il nuovo regolamento dell'AI Act del 2 agosto 2026 influirà sulle aziende e i siti internet delle stesse. Dal 2 agosto 2026 è diventata applicabile gran parte dell'AI Act europeo. Prima una piccola puntualizzazione. Viste le ricerche e i titoli online che ho trovato.
Non è il decreto del 2 agosto, è il regolamento europeo 2024/1689, proprio perché un regolamento vale direttamente anche per l'Italia. Il 2 agosto è quindi la data di questo regolamento in cui si accendono diverse regole e soprattutto molti controlli. L'AI Act non impone le stesse regole a tutti gli usi dell'intelligenza artificiale. Parte da una domanda molto semplice. Quanto può essere pericoloso il sistema utilizzato per le persone? Un programma che aiuta a correggere una descrizione di un prodotto comporta chiaramente rischi limitati. Un sistema che decide chi assumere, chi può ottenere un prestito o addirittura che riconosce le persone attraverso l'immagine del volto può invece avere conseguenze decisamente più serie. Per questo la legge divide gli strumenti d'intelligenza artificiale in diversi livelli.
Alcuni utilizzi sono considerati troppo pericolosi e quindi direttamente vietati. Quelli che possono incidere ad esempio sulla vita, sul lavoro e sui diritti delle persone devono rispettare controlli molto più severi. Per la maggior parte delle aziende che lavorano online, però, la regola più importante dal 2 agosto è decisamente un'altra. Dire chiaramente quando un servizio utilizza l'intelligenza artificiale. Partiamo dalla situazione più comune, come ad esempio chatbot o assistenti virtuali. Se sul vostro sito, su WhatsApp o nel servizio clienti è un'intelligenza artificiale a rispondere, la persona dall'altra parte deve saperlo subito, non dopo 10 messaggi o non in una piccola scritta in coda o in fondo alla pagina. Basta una frase chiara, nitida.
Stai parlando con un assistente virtuale. In altre parole, niente bot che si presenta come Martina del servizio clienti, se Martina in realtà è un server che lavora h24 e usa troppe faccine sorridenti. Un altro aspetto riguarda le immagini, i video, gli audio e gli altri contenuti creati con l'intelligenza artificiale. Gli strumenti che li generano devono inserire dei segnali tecnici che permettano di riconoscere facilmente la loro origine. Non sono necessariamente scritte visibili, possono essere anche informazioni contenute nel documento, nel file, nella descrizione dell'immagine o in altri sistemi di identificazione a seconda di quale sia il canale scelto. Per un'azienda significa soprattutto due cose, scegliere strumenti affidabili e non cancellare volutamente i watermark, il simboletto che si vede nei video di Gemini ad esempio.
Avete presente? Metadati o altri segnali che indicano che il contenuto sia stato creato o modificato con l'IA. Poi ci sono i deep fake. Quando sentiamo questa parola pensiamo subito al video di un politico che canta o dice qualcosa che non ha mai detto. Il concetto però è più ampio. Può essere un deep fake anche una fotografia, una registrazione, un video che ricostruisce in modo realistico una persona, un luogo, un prodotto oppure un'azienda o un evento mai avvenuto. Il problema nasce quando quel contenuto può essere scambiato per qualcosa di autentico. Se un'attività lo pubblica deve quindi indicare chiaramente che è stato generato o modificato con l'intelligenza artificiale. La segnalazione deve essere facile da capire. C'è poi il tema dei testi informativi e qui penso che molti colleghi copywriter avranno avuto qualche capello bianco in più.
Pensiamo ad articoli, notizie, approfondimenti o contenuti che parlano di argomenti importanti per il pubblico. Se questi vengono prodotti o modificati dall'intelligenza artificiale senza un vero controllo umano, ovvero qualcuno di reale, una persona, che si rilegge tutto prima che arrivi al lettore, l'utilizzo dell'IA deve essere dichiarato. L'etichetta invece non è necessaria quando una persona competente ha realmente controllato il contenuto, verificato le informazioni e si assume la responsabilità, anche legale, di ciò che viene pubblicato. E attenzione, cambiare due parole e correggere una virgola, il famoso trattino lungo dell'IA che ormai gli esperti riconoscono. Ragazzi, fate attenzione quando mandate le mail: si vede quando lo scrive la IA. E insomma non basta tutto questo, non siate leggeri.
Fare una revisione umana significa controllare fonti, verificare i dati, correggere eventuali errori e assicurarsi che il testo dica davvero qualcosa di sensato. Ciò non significa che ogni post scritto con l'aiuto di GPT debba cominciare con la frase «Attenzione, contenuto pubblicato da un robot». E non significa nemmeno che un'illustrazione fantasy palesemente inventata debba avere un avviso grande quanto l'immagine. Gli obblighi più chiari riguardano soprattutto i contenuti realistici che possono ingannare le persone e i testi di interesse pubblico pubblicati senza un attento controllo editoriale. A questo punto la domanda è quanto pesa tutto questo sulle aziende? E la risposta chiaramente è dipende. Dipende da come utilizzano l'intelligenza artificiale.
Un negozio che usa la IA per migliorare la descrizione di un prodotto non viene trattato come un'azienda che affida un algoritmo alla scelta di dipendenti o il riconoscimento facciale delle persone. Più un sistema può influire sulla vita e sui diritti degli utenti, più aumentano le responsabilità. Questo però non significa che le piccole attività possano ignorare completamente queste regole. Gli obblighi di trasparenza possono riguardare anche freelancer, agenzie, e-commerce, professionisti e negozi locali. E le sanzioni non sono simboliche. Per alcune violazioni si può arrivare fino a 15 milioni di euro di multa o al 3 per cento del fatturato mondiale dell'azienda. Questo non significa che il pub sotto casa riceverà automaticamente una multa milionaria per un post sbagliato sulla pagina Instagram, ma vi invito a non sottovalutarne i rischi.
Vediamo ora come entra in gioco la legge italiana. L'AI Act è una legge europea e si applica direttamente anche in Italia. Non abbiamo quindi una versione italiana diversa dall'AI Act. La legge italiana numero 132 del 2025 interviene accanto al regolamento europeo. Aggiunge i principi e regole specifiche per alcuni settori, affronta temi come il diritto d'autore, introduce conseguenze penali per chi diffonde immagini, video o voci falsificate con l'intelligenza artificiale, allo scopo di provocare un danno. Detto in modo semplice, come al solito, l'Italia non ha riscritto l'AI Act. Chiudiamo per amor di sintesi e per aiutare un po' tutti con una checklist pratica per i profili online della vostra attività online. La prima cosa da fare è capire dove state già usando l'intelligenza artificiale. Controllate il sito, il social network, la scheda Google Business Profile, WhatsApp, le newsletter, campagne pubblicitarie, i chatbot e gli strumenti utilizzati per gestire i clienti.
Capita che molte aziende usino la IA senza nemmeno rendersene conto, perché già integrata nei programmi che utilizzano ogni giorno. Molti sistemi di raccolta CRM, che per amor di sintesi non andrò a spiegare oltre, utilizzano dei sistemi di intelligenza artificiale. Secondo, segnalate subito la presenza di chatbot e assistenti automatici. Una frase semplice può essere sufficiente. Stai interagendo con un assistente virtuale basato sull'intelligenza artificiale. Puoi chiedere l'intervento di una persona reale. Poi vi fermate. Terzo, segnalate chiaramente i deep fake e i contenuti realistici modificati con la IA. L'avviso deve trovarsi vicino al contenuto, quindi nel post, nel video, nell'audio o nella relativa descrizione.
Deve essere evidente. Se qualcuno visualizza quel contenuto, deve avere subito all'occhio il fatto che sia realizzato o modificato con l'intelligenza artificiale. Quarto, controllate davvero i contenuti informativi prima di pubblicarli. Verificate le fonti, i nomi, le date, numeri, valori e affermazioni. Importante, stabilite anche chi, all'interno di agenzia o azienda, si assume la responsabilità di quelle pubblicazioni. Quando possibile, conservate una traccia del controllo effettuato. Non serve creare un archivio degno dei servizi di intelligence. Può bastare una procedura interna, una revisione registrata o semplicemente l'approvazione di un responsabile via mail. Quinto, non cancellate le marcature tecniche inserite dagli strumenti di intelligenza artificiale. Scegliete servizi che forniscano informazioni chiare sulla loro conformità alle regole europee.
Infine, controllate anche la privacy policy del vostro sito. Quando la IA utilizza dati personali dal vostro sito, profila gli utenti, analizza i loro comportamenti o riconosce i volti ed emozioni, potrebbe essere necessario aggiornare le informative e svolgere valutazioni più approfondite. E soprattutto, formate le persone che utilizzano questi strumenti per conto dell'azienda. È fondamentale. Il problema non gira soltanto su quale IA avete scelto per il vostro business, ma anche chi la usa, per quale motivo e quali sono i controlli applicati. La morale è quindi semplice. Non dovete smettere di usarla, ma non potete farlo di nascosto, senza controllo e senza sapere chi si assume la responsabilità quando qualcosa va storto. Perché sì, con la IA a volte le cose non vanno proprio per il verso giusto.
Questo è Paleseo, orientarsi nel web con lo sguardo di un SEO. Possibilmente umano. Trovi tutte le fonti, i miei contatti e i contatti del podcast nella descrizione di questo episodio. Ciao!
Trascrizione dell'episodio, generata automaticamente e rivista: possono restare imprecisioni.
L'autore
Alberto Di Maio
Biografia in arrivo: chi è Alberto Di Maio e perché ha scelto di raccontare questo podcast.