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S01 EP06 · 16 settembre 2026 · 17 min

L'America latina. La democrazia sotto assedio

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Riassunto dell'episodio

Un'analisi approfondita della situazione politica ed economica dell'America Latina attraverso quattro casi simbolo: Venezuela, Messico, Argentina e Brasile. Il continente appare intrappolato tra crisi istituzionali e la crescente competizione globale tra Stati Uniti e Cina. Scopri come la frammentazione regionale favorisca l'ascesa di populismi radicali.

Trascrizione

0:01

Il mondo da un altro punto di vista. Il Mondo In Bilico. Benvenuti alla sesta puntata del Mondo In Bilico. Oggi parleremo di un'altra area del mondo. Dopo l'Ucraina, la Russia, l'Europa, la Cina, il Medio Oriente e l'Africa, ce ne andiamo tutti in viaggio in America Latina. E così, oggi al Mondo In Bilico, ce ne andiamo nel Sud America. Se dovessimo sintetizzare lo stato attuale del continente sudamericano in un'immagine, proviamo ad immaginarcela così.

0:50

Noi sceglieremmo una marcia di protesta o un comizio elettorale? Ma una bussola impazzita. Ora, l'America Latina vive da un bel po' di tempo una stagione di frammentazione, sia politica che istituzionale. È divisa. E c'è chi si muove ovviamente sempre scientificamente per lasciarla divisa. Insomma, il famoso divide et impera. È sospesa, anche se a noi piace dire che è in bilico, tra le recrudescenze dell'autoritarismo e l'ascesa di populismi, insomma di tutti i colori e segno opposto, e la pressione crescente di questi attori della competizione globale. Indovinate un po' chi sono? Stati Uniti, la Cina e la Russia, che fa sempre da terzo incomodo strategico.

1:39

Oggi, con Il Mondo In Bilico, entriamo in questo continente che proprio non trova pace e che sembra condannato a scegliere tra gli estremi opposti che schizzano impazziti di anno in anno, senza poi mai trovare un centro di gravità stabile, anche per citare qualche canzone del passato. Insomma, iniziamo. Non possiamo di certo non partire dalla crisi del Venezuela. Passeremo poi dall'Argentina, parleremo di Javier Milei, toccheremo il pragmatismo multipolare del Brasile di Lula, e chiuderemo con il Messico di Claudia Sheinbaum. Ecco, allora, se pensavate che l'America Latina, tanto per dare qualche punto di riferimento, fosse un continente un po' ai margini delle grandi partite geopolitiche che fino adesso abbiamo trattate, beh, i fatti degli ultimi mesi vi hanno dato a tutti una risposta diversa, no?

2:34

A gennaio di quest'anno, ricorderete, l'improvvisa operazione militare che ha lasciato tutti quanti a bocca aperta: quella americana della cattura di Nicolás Maduro, il presidente del Venezuela da circa 13 anni. Ora, non parliamo di una rivolta popolare o di un golpe interno, anche se tutti lo speravano forse, ma proprio di Washington che entra fisicamente in un paese sudamericano e ne rimuove il capo di stato con la forza, così, d'emblée. In Venezuela, dal 2015, non si votava in condizioni serene, davvero democratiche, e le presidenziali del luglio 2024 erano proprio state al centro di tutte le varie critiche, sempre per i soliti brogli. Un sistema ormai, insomma, indebolito da un'erosione istituzionale, come dicevamo prima, e da questa dipendenza dal petrolio.

3:21

Ecco, le elezioni in cui, insomma, non funziona più quel meccanismo di rinnovamento democratico che tutti si aspettano. E così, Maduro viene catturato dai militari americani e Trump decide di affidare il governo del Venezuela alla vicepresidente Delcy Rodríguez, invece che agli esponenti dell'opposizione, come María Corina Machado o lo stesso Edmundo González, come tutti un po' si aspettavano. Insomma, una scelta tutt'altro che scontata che fa capire bene le priorità americane: puntare a garantire stabilità immediata e riattivare rapidamente, il prima possibile, la produzione petrolifera del paese, che possiede le più grandi riserve del globo. Altro che democrazia, prima di tutto il petrolio, potremmo dire.

4:10

Questa operazione ha portato a un prezzo umano molto pesante da, insomma, alcuni dati di ricerca del Venezuela sui primi di agosto del 2026. Si parla di oltre 6.000 morti legate agli scontri e alla crisi che poi è susseguita alla caduta del regime. Poi ci sono tante altre persone curate nei centri ospedalieri, prigionieri politici che sono ancora nelle carceri, chi invece si aspettava una situazione ben diversa con delle liberazioni. E sul terreno poi cosa è cambiato davvero per la gente comune? Poco, forse niente, potremmo dire. La popolazione sperava in un cambiamento con questa operazione. Invece si è trovata di fronte a una transizione veloce, incerta però, incompleta dentro un'emergenza umanitaria e che, insomma, come diciamo, si è arrestato subito quel sistema di speranza che tutti credevano potesse essere il cambio, la rivoluzione, un'aria nuova nel paese.

5:13

Quindi, in conclusione, per il Venezuela potremmo dire che la democrazia è stata sequestrata da un attore esterno. Questo è quasi incredibile da raccontare: gli Stati Uniti che entrano come solitamente raccontano di fare, di portare la democrazia, ma in realtà puntano al controllo delle risorse energetiche e alla cacciata definitiva di Russia, Cina e Iran che erano intorno all'area americana, intorno ai confini americani, e che proprio non li tolleravano. E quindi fuori dal cortile di casa propria.

5:50

Passiamo al Messico. Poche settimane dopo l'irruzione in Venezuela, ricorderete che sempre il presidente americano Trump minaccia di fare lo stesso in Messico contro i cartelli della droga. Fuori sul territorio, via fuori dal nostro territorio. Questo è quello che a reti unificate ha detto il presidente Trump. Insomma, il copione è diverso, ma la logica di fondo è identica. Qui parliamo della presidente Claudia Sheinbaum, che è costretta a gestire una pressione incredibile senza precedenti da parte di Washington sul tema del narcotraffico. Trump è arrivato addirittura a sostenere che a governare non è lei in Messico, ma i cartelli della droga, e ha minacciato continuamente attacchi militari diretti sul territorio messicano. Dopo aver condotto operazioni, ricorderete, quelle marittime nei Caraibi, nel Pacifico, che secondo l'amministrazione statunitense avrebbero eliminato quasi la totalità del traffico di droga via mare.

6:51

Rimaneva ancora a terra però. La presidente messicana, chiaramente dopo aver visto quello che è accaduto con Maduro, ha risposto con una politica della disponibilità: concessioni condivise per evitare lo scontro diretto, intelligence condivisa, estradizioni concrete. Insomma, piccoli gesti concilianti verso Trump senza però cedere sulla sovranità nazionale. Quando gli Stati Uniti hanno proposto di inviare truppe americane fianco a fianco all'esercito messicano nella lotta a questi cartelli, la presidente ha risposto ovviamente con un secco no. Il governo messicano, dopo l'operazione contro Maduro, ha ovviamente preso pubblicamente posizione contro il classico interventismo militare americano e soprattutto contro quanto accaduto in Venezuela, ricordando che le operazioni di questo tipo sono in netto contrasto con l'articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite che vieta l'uso della forza nelle relazioni internazionali. Insomma, un modo elegante per dire: attenti, potremmo essere i prossimi.

7:40

Il Messico quindi ci mostra la seconda faccia della stessa medaglia rispetto a quella venezuelana: non l'intervento compiuto, ma l'intervento minacciato, usato come leva negoziale permanente su un paese che resta comunque tra i principali partner commerciali degli Stati Uniti.

8:00

Ora cambiamo completamente registro e andiamo in Argentina, a Buenos Aires, dove il populismo qui non è di sinistra, né di destra, ma è radicale, e dove la ricetta non è nazionalizzare, ma proprio tagliare tutto. Javier Milei è diventato presidente nel 2023 e ha condotto una di quelle terapie shock più aggressive della storia recente latinoamericana, non solo argentina, con tagli di spesa drastici, abolizione dei controlli sui prezzi, sui capitali, e una svalutazione pesante. Insomma, cosa ha portato però tutto questo? Qual è il risultato? Va onestamente detto che l'inflazione è scesa ai livelli record da tanti anni precedenti, il surplus fiscale primario è stato raggiunto e superato rispetto agli obiettivi concordati con il Fondo Monetario Internazionale, e che nell'aprile del 2025 ha elargito un nuovo prestito di 20 miliardi di dollari, il più grande della storia recente dei rapporti tra il Fondo Monetario Internazionale e l'Argentina.

9:18

Alle elezioni di medio termine del 2025 il partito di Milei ha più che raddoppiato la propria rappresentanza parlamentare. Però, a parte questa forza, la domanda vera, beh, quella che conta per la stabilità di lungo periodo è un'altra: chi paga il conto di questa terapia shock? Perché i tagli generano anche un impatto sociale pesante sui gruppi più vulnerabili della popolazione, in un paese dove l'inflazione, pure se in calo, resta comunque alta e dove la crescita economica reale, dopo un rimbalzo tecnico post-recessione, comunque fatica a diventare quella crescita strutturale che si traduce in nuova occupazione. Per Milei il 2026 è a rischio e la perdita del consenso sta sul tavolo con tutti i dubbi e le perplessità su un boomerang che potrebbe ritrovarsi alle porte della sua stanza presidenziale.

10:16

L'Argentina è il laboratorio del populismo di destra più radicale del continente, la rottura totale con il passato statalista ma con la ferita della disuguaglianza sociale che è ancora aperta, che alimenta quindi una sfiducia sul presidente a discapito sempre dei populismi progressisti.

10:43

Ma ora arriviamo al gigante regionale della regione sudamericana: il Brasile, dove a ottobre del 2026 si giocheranno forse le elezioni più delicate di tutta l'area. Avremo Luiz Inácio Lula da Silva, 81 anni al momento del voto, che correrà per il quarto mandato, e di fronte a lui avremo il senatore Flávio Bolsonaro, figlio dell'ex presidente Jair Bolsonaro oggi agli arresti domiciliari.

11:04

I sondaggi raccontano un paese che è diviso a metà, anche se gli ultimi rilevamenti di agosto 2026 danno Lula in vantaggio un po' su tutti gli scenari del ballottaggio. Il Partito dei Lavoratori di Lula ha approvato il proprio manifesto dove va a toccare la politica fiscale, tecnologica, giudiziaria, amministrativa e agraria, con un accenno particolare sulla sovranità economica legata alle terre rare che non vuole solo più esportarle. Invece sul fronte opposto il Partito Liberale di Bolsonaro non ha ancora ufficializzato le varie alleanze strutturate, ma comunque può contare su un sostegno esterno di peso del presidente argentino Milei e del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. L'economia brasiliana quindi mostra segnali contrastanti: intanto cresce con solide occupazioni a livelli record da un lato, ma ha un costo della vita in aumento e un deficit di bilancio che continua a crescere dall'altro.

12:03

Insomma, proprio su questi punti si deciderà l'esito del voto di ottobre, secondo diversi analisti che seguono la campagna da vicino. Il Brasile quindi non è tanto un populismo emergente, ma è proprio questo punto politico che sarà lo scontro finale tra due modelli già sperimentati: il lulismo progressista contro il bolsonarismo che prova a riorganizzarsi intorno a una nuova generazione dopo la caduta giudiziaria proprio del suo fondatore.

12:35

Allora, fin qui i quattro casi nazionali, ma se ci fermassimo solo alla cronaca forse perderemmo il punto più importante di questa puntata, e cioè perché l'America Latina da decenni oscilla continuamente tra un estremo e l'altro senza però trovare questo ricercato equilibrio duraturo.

12:55

I dati della CEPAL, la Commissione Economica delle Nazioni Unite per l'America Latina e i Caraibi, mostrano che il 10% più ricco della popolazione latinoamericana continua a intascare oltre un terzo del reddito totale, ma il 10% invece più povero si deve accontentare appena dell'1,7%. Sapete cosa significa questo? Disuguaglianza, che è il vero problema di quest'area e dei paesi che abbiamo fino adesso raccontato. È una concentrazione di ricchezza che gli analisti definiscono ormai come una vera e propria trappola strutturale, perché se non ci sono interventi profondi, che vanno dall'istruzione al lavoro, ai diritti e all'inclusione, qualsiasi riduzione della povertà resta fragile. E va ricordato che nel 2024 è stato certificato che circa 160 milioni di persone in America Latina vivevano ancora in condizioni di povertà assoluta.

13:52

Poi bisogna anche citare un altro dato che sempre dal 2024 viene registrato: in venti elezioni nazionali consecutive il partito che era al governo veniva sconfitto. E questo non è tanto per una questione politica e di appartenenza, ma è la pura e semplice fame di cambiamento, perché bisogna ricordare che in questo percorso degli ultimi anni in America Latina sia la sinistra tradizionale che la destra tradizionale hanno fallito allo stesso modo nel ridurre quelle disuguaglianze che sono il dramma strutturale del continente. E chi vince oggi spesso è semplicemente l'opzione più radicale, quella non ancora testata. Dobbiamo dare un nome a tutta questa situazione che potremmo definire come una stagnazione democratica, cioè un modello in cui le istituzioni formalmente reggono, ma le disuguaglianze profonde tra i gruppi sociali e i territori restano intatte.

14:54

E qui viene minata alla radice la fiducia dei cittadini nel sistema. Ed è proprio in questo vuoto di fiducia che prosperano ciclicamente i populismi. E su questo terreno fragile si innesta l'ultimo elemento di questa analisi, che è la competizione delle grandi potenze esterne, come abbiamo visto, che dell'instabilità latinoamericana ha fatto un vero e proprio terreno di gioco strategico. Storicamente gli Stati Uniti sono sempre stati l'attore dominante, come sappiamo, quello indiscusso del continente. Però la Cina nell'ultimo decennio l'ha superata, ergendosi come partner commerciale in gran parte di tutta la regione. Potremmo dire che per ogni dollaro prestato dagli Stati Uniti, Pechino ne ha messi ben tre sul tavolo; insomma la Cina ha fatto molti investimenti in quest'area e non possiamo non dire che ci sono stati anche dei prestiti miliardari erogati dalle banche statali cinesi.

15:55

Però Washington, sotto l'amministrazione Trump, ha deciso così di reagire con durezza, come bene abbiamo visto, cercando di fermare questa erosione di influenza. Ed ecco allora che si compie questo quadro davanti a noi con un continente segnato dalle disuguaglianze che produce elettorati particolarmente stanchi, volatili e pronti a punire chiunque. Quindi abbiamo rotture che politicamente mutano velocemente facendo spazio a populismi. E soprattutto con queste due superpotenze, Stati Uniti e Cina, che competero apertamente per l'egemonia economica, infrastrutturale e in prospettiva anche quella militare.

16:43

L'America Latina insomma non è in bilico per caso. Oscilla perché nessuno, né a destra né a sinistra, ha ancora trovato la formula per rompere davvero questa trappola della disuguaglianza strutturale che mette in crisi tutte le quattro aree che abbiamo descritto. Oscilla perché sopra poi le teste degli elettori latinoamericani si sta giocando una partita geopolitica molto più grande di loro, tra Washington e Pechino, in cui la sovranità dei singoli paesi, Venezuela per primo ma non solo, diventa merce di scambio. Restate in bilico, alla prossima.

Trascrizione dell'episodio, generata automaticamente e rivista: possono restare imprecisioni.

L'autore

Emiliano Fatello

Emiliano Fatello

Biografia in arrivo: chi è Emiliano Fatello e perché ha scelto di raccontare questo podcast.