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S01 EP09 · 08 ottobre 2026 · 8 min

La guerra dell'informazione

DisinformazioneIntelligenza ArtificialeDeepfakeGeopoliticaRussiaCinaDigital Services Act

Riassunto dell'episodio

Quando tutto può essere falsificato grazie all'intelligenza artificiale, nasce il fenomeno del dividendo del bugiardo. Questa puntata analizza l'impatto dei contenuti manipolati sulla percezione della realtà e sulle istituzioni. La migliore difesa contro questa minaccia invisibile resta lo spirito critico e la verifica rigorosa delle fonti.

Trascrizione

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Un video di un candidato al Senato americano che dice cose mai dette. Un audio con la voce di un ministro francese che ammette un broglio elettorale mai avvenuto. Missili su Tel Aviv che non sono mai partiti ma che milioni di persone hanno visto esplodere sui loro schermi. È con queste situazioni un pochino atipiche che vi do il benvenuto a questa nuova puntata del Mondo In Bilico. Oggi parliamo di un fronte di guerra che non ha trincee, non ha uniformi e si combatte con un'arma terribile e micidiale: il telefono, proprio quello che avete in mano in questo momento. E sì, oggi parliamo della guerra dell'informazione.

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Si dice che spesso la prima vittima di ogni guerra sia proprio la verità. Ma nell'era digitale — questa era qua poi — dobbiamo aggiornare subito questa definizione. Ossia, la verità oggi non è solo una vittima collaterale, è un bersaglio primario. Dobbiamo chiarire subito questo aspetto. La disinformazione non è un effetto collaterale dei conflitti moderni, ma è proprio un'arma. Viene pianificata e finanziata, misurata su dei risultati precisi, esattamente come un altro tipo di arma, come un sistema missilistico o una sanzione economica. Comunque non nasce con il web, non nasce oggi. I sovietici la chiamavano disinformacija e la usavano proprio già negli anni della guerra fredda per destabilizzare sempre la prova ma potremmo parlarne in qual modo poi per altri paesi in altre zone del mondo.

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Quindi questa arma strategica non convenzionale oggi serve proprio per destabilizzare i paesi, polarizzare le opinioni pubbliche ed erodere la fiducia delle istituzioni democratiche. Ma ciò che funziona, come abbiamo visto in qualche film, basta un'intelligenza artificiale generativa e qualche migliaio di account. Ma torniamo alla Russia che poi è quella che principalmente ha trasformato la disinformazione e rielaborando il concetto di guerra ibrida, Mosca non cerca necessariamente di farti credere a una bugia precisa, specifica. La Russia ha un obiettivo ben più sofisticato: inquinare il pozzo.

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Dovete sapere che questa operazione porta a inondare lo spazio informativo di centinaia di versioni contrastanti dello stesso evento, finché il cittadino medio alza le mani e dice: "Ma qui non si può credere proprio più a nulla". Ecco, ed è proprio questo il metodo che poi l'abbiamo visto in opera proprio nell'ultima invasione in Ucraina, con fabbriche di troll, operazioni covert come l'operazione Doppelgänger che ha clonato siti web delle più grandi testate europee come Le Figaro, Der Spiegel, proprio per diffondere queste notizie false e campagne mirate sempre sul web, sui social. L'obiettivo è quello che dicevamo, frantumare il consenso occidentale e in questo caso il consenso a Kiev.

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Un'operazione che ha colpito i più grandi paesi dalla Germania, Francia, l'Italia compresa, gli Stati Uniti, tanto che vi vengo a citare l'operazione Overload proprio che in queste settimane sta facendo circolare, vista delle elezioni di midterm americane che tutti attendono, dei fake di volti hollywoodiani da Sarah Jessica Parker ed altri con voci manipolate dall'intelligenza artificiale che pronunciano attacchi mirati ai democratici spacciati per servizi CNN ma insomma mai andati in onda, mai visti circolare realmente prima. Ah, e sull'Italia il fatto che circolano anche da noi queste metodologie è certificato dal Copasir, che è il comitato parlamentare per la sicurezza, quindi composto da tutte le parti politiche, dove certifica che nella sua relazione più recente che Russia, Cina e Iran conducono attivamente proprio queste campagne di influenza contro il nostro paese.

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Ma come vi dicevo non c'è solo la Russia in questo ambito, vi cito subito la Cina che prova un approccio diverso e più simile a una scultura di precisione. La Cina gioca una partita meno ideologica e più orientata all'immagine: il suo obiettivo non è creare il caos come tenta di fare invece la Russia, ma promuovere una reazione più positiva del modello cinese, ripulire la sua immagine del vecchio partito dittatoriale comunista e censurare temi invece critici che non vuole che camminino, come quello di Taiwan e tanti altri, con una gestione mirata delle piattaforme digitali. Quindi in questo caso la Cina che cosa fa? Cerca di posizionarsi come un attore più di stabilità rispetto a un Occidente invece come sempre diviso.

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La novità sta nel fatto che non servono più agenzie governative con centinaia di hacker per orchestrare una campagna d'impatto. Oggi con l'intelligenza artificiale generativa e i deepfake bastano pochi click per generare un audio clonato di un leader politico che annuncia la resa, video iper realistici di attacchi mai avvenuti o migliaia di bot dotati di intelligenza artificiale capaci di sostenere conversazioni umane credibili come abbiamo imparato ad osservarli su tutti i principali canali social nel web. Ma attenzione, perché il problema dei deepfake non è solo quando la gente crede a un falso, è anche il fenomeno opposto, cioè gli esperti lo chiamano the liar's dividend, cioè è il modo in cui tutto può essere manipolato con l'intelligenza artificiale, quindi il politico o l'esercito o chiunque possa smentire un video reale ma dire è un crimine di guerra non reale, semplicemente un deepfake. Capite la gravità del fatto che in questo modo si può dire il contrario di tutto in qualsiasi momento e come meglio sia più opportuno utilizzarlo? Un'arma potentissima.

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Ora la domanda cruciale a questo punto è: ma come ci si difende dalla disinformazione senza trasformarsi in uno stato censore? Un rischio elevatissimo, no? La risposta dell'Unione Europea è stata ad esempio con il Digital Services Act, che prova a colpire le piattaforme e la trasparenza degli algoritmi, ma il confine, come potete capire, tra il contrastare la manipolazione estera e il limitare la libertà di espressione resta sottilissimo. Quindi in conclusione, la guerra dell'informazione non si combatte sui confini geografici ma sicuramente a livello tecnologico e soprattutto all'interno della nostra mente. Ogni volta che condividiamo noi tutti i giorni, noi stessi — anche non chiunque possa avere in mano strumenti o situazioni strategiche — ma condividendo d'impulso un contenuto che indigna o conferma un nostro pregiudizio senza poterlo verificare, stiamo volenti o nolenti abbracciando un'arma in questo conflitto, quindi tenendo sempre alta la considerazione verso qualsiasi tipo di innovazione.

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Dobbiamo essere però attenti e dobbiamo sottolineare questo aspetto: la difesa più efficace non è un algoritmo di censura ma il pensiero critico di ognuno di noi. Bisogna dubitare, verificare le fonti e comprendere che nel ventunesimo secolo informarsi non è più un atto passivo, è una forma di resistenza. Quindi anche in questo caso restiamo in bilico tra il falso e la verità. Alla prossima.

Trascrizione dell'episodio, generata automaticamente e rivista: possono restare imprecisioni.

L'autore

Emiliano Fatello

Emiliano Fatello

Biografia in arrivo: chi è Emiliano Fatello e perché ha scelto di raccontare questo podcast.